FAKE

È un avvertimento quello che lancia questa edizione della Biennale, prendendosi il rischio di mettere in dubbio la verità e la plausibilità dell’immagine della quale ha indagato con passione, edizione dopo edizione, le diverse manifestazioni e sfaccettature, sia nel campo della fotografia che, in misura più contenuta, del video. Vale la pena in primis di chiarire il significato di questo termine, usato ormai a proposito e a sproposito nel linguaggio quotidiano. Termine inglese ormai globalizzato e con una etimologia incerta ma probabilmente legata al verbo latino facere (fare), fake è passato attraverso lo slang degli ambienti criminali per fissarsi intorno agli inizi dell’Ottocento in una varietà di significati che rientrano per lo più  nell’ambito semantico del falso.

Usato come nome può indicare la simulazione (una cosa che finge di essere qualcos’altro), la falsificazione (ad esempio nel campo dell’arte),  l’imbroglio comunicativo a scopi ludici o satirici (la cosiddetta bufala), la manipolazione dell’informazione per scopi politici o criminali (le fake news) e la persona stessa che simula o imbroglia. Come verbo può incitare al bluff o alla menzogna ma anche all’azione e all’improvvisazione (il just fake it! jazzistico). Come aggettivo definisce delle cose l’aspetto spurio, fasullo o incompleto. Del termine si fa attualmente grande uso, soprattutto nell’ambito sensibile dell’informazione e la nomina di fake news a parola dell’anno nel 2017 è il segno di come il caos comunicativo dovuto al diffondersi incontrollato di informazioni false o artefatte sia percepito come un dato fra i più preoccupanti di questo momento storico. In effetti la pratica delle fake news, sia in termini di notizie che di immagini,  condiziona pesantemente, soprattutto per quello che riguarda la comunicazione che passa per i canali dei social media, le dinamiche politiche, culturali, sociali e anche personali della società globale. 

 

L’accelerazione esponenziale delle pratiche informative rende difficile la loro gestione e porta ad uno stato mentale diffuso di incertezza e credulità che assume a volte toni rinunciatari, a volte colorazioni violente e fanatiche e che sembra incapace di produrre anticorpi alle pratiche sempre più evidenti di manipolazione del consenso interne alle nostre società. 

Siamo nell’era della post-verità, altro termine onorato di menzione speciale nel 2016, usato per indicare il fatto che nel campo dell’informazione quel tipo di verità derivata dalla ricerca e dal confronto obiettivo dei dati è svalutata a vantaggio di verità personali di forte segno emotivo. Verità falsificate che fanno leva sugli aspetti emozionanali più profondi delle persone e trovano, soprattutto nelle dinamiche della rete, ambiti di scambio dove si rafforzano, diffondendosi a velocità impressionanti. 

La fotografia, come il video,  partecipa anch’essa di questa dimensione falsata e bulimica della comunicazione: le fotografie circolano in quantità anche maggiori rispetto alla notizia scritta e le modalità di produzione, manipolazione e diffusione che le riguardano sono oggi davvero alla portata di tutti. 

Al suo apparire l’immagine fotografica è stata salutata come mezzo di riproduzione fedele del reale. Il suo essere prodotto di un processo meccanico sembrava garantire quelle qualità di oggettività e neutralità che hanno generato grande fiducia nel suo valore documentario e di testimonianza. Questa fiducia non si è mai incrinata malgrado le dimostrazioni di falsità che regolarmente hanno scosso e scuotono tutt’ora il mondo dell’immagine. La fotografia resta uno dei luoghi deputati del “vedere per credere” anche se, a ben guardare, ogni rappresentazione della realtà è sempre un “falso”. È, appunto, rappresentazione. Di questo dovremmo essere più avvertiti e per orientarci nell’ambiguità della sfera comunicativa contemporanea dobbiamo imparare a leggere l’immagine, a decodificarla, a contestualizzarla e a comprenderla nella sua densità e complessità.

Come d’altra parte dobbiamo imparare a leggere e decodificare anche le nostre personali reazioni di fronte ad essa. Come dimostrano molti studi psicologici la struttura della nostra mente ci porta  per lo più a selezionare e accettare informazioni in accordo con quello che  già pensiamo e ad accogliere solo quello che ci rafforza nelle nostre credenze. È anche da sottolineare l’attrazione della mente umana per l’insolito, il miracoloso, lo spettacolare, il colorito, l’incredibile: alla fascinazione che le narrazioni forti ci propongono  prestiamo facilmente un orecchio e un occhio complici.

È su questi aspetti che la dodicesima edizione della Biennale propone una riflessione, offrendo delle opportunità per comprendere i meccanismi attraverso i quali le immagini vengono create e mettendo in discussione quelli attraverso i quali ognuno di noi è portato a credere o meno a ciò che vede.

Parafrasando un celebre aforisma di Montaigne possiamo dire che  l’immagine è per metà di chi la crea e per metà di chi la guarda e per la metà che ci riguarda come spettatori possiamo scegliere se essere fruitori passivi e manipolabili o soggetti capaci di una valutazione serena e disincantata delle narrazioni e delle rappresentazioni che ci vengono proposte.

 

Daria Caverzasio Hug